E’ stato l’eclettico e iper mediatico Peter Doherty, per la prima volta in Italia in veste solista, il protagonista del Secret Show di MySpace, l’esclusivo evento musicale organizzato dal social network per avvicinare gli utenti ai loro artisti preferiti, tenutosi giovedì 26 febbraio all’Alcatraz di Milano.
L’irriverente e (a tratti, dipende dalla sobrietà) geniale artista inglese leader dei defunti Libertines, rinati artisticamente nel progetto Babyshambles, ha presentato “Grace/Wastelands”, album solista di debutto registrato a Londra e prodotto dal leggendario Stephen Street (The Smiths, Blur) in anteprima assoluta per l’Italia.
Pete, per gli amici Pietro lo Sporco (imbarazzante la somiglianza di pronuncia con il termine inglese dirty) entra in scena vestito elegante, con cappello e completo inglese. Un microfono, una Gibson acustica e un amplificatore della Vox, il resto è musica. Perchè Pete ci regala oltre un’ora di musica really unplugged, solo chitarra e voce, con i brani del nuovo album in uscita il 13 Marzo per EMI Music – tra cui il primo singolo estratto “Last of The English Roses” in radio dal 13 Febbraio.
I nuovi pezzi sono veramente belli. Portano in seno quella musicalità caratteristica dei lavori di Doherty, un ragazzo che, nonostante tutto quello che combina nella vita privata, ha talento da vendere.
Musicalità cantautoriale, questa volta detto in chiave positiva, perchè bisogna dire che il ragazzo con la chitarra ci sa proprio fare. Non è mai semplice tenere un pubblico esigente come quello italiano incollato alle scene, ma lui, forse meno fatto del solito, sorride, sbaglia, ma si riprende subito, con una voce veramente curata e senza indugi, (quasi) mai.
E dire che non sapevo proprio cosa aspettarmi da un concerto del genere. Chiaccherando prima dello show, incontro gente che mi dice cose assurde sul suo conto. “Hai visto il video su Youtube in cui gioca con dei criceti fatto di ero con Amy Winehouse?”. Oppure “Ogni volta che vado ad un suo concerto, pago il biglietto e o non si presenta, o suona di merda. Per la legge della statistica, vedrai che stasera ad un concerto gratis suona da dio”
Dopo il gruppo spalla (di cui parleremo in chiusura) in effetti la tensione sale. Sono le 22:30. Un fonico si presenta sul palco con una bottiglia di vodka e riempie tre bicchieroni mischiandola con succo di frutta. Li lascia vicino all’ampli.
“Siamo alla frutta”, penso.
Entra il beniamino, e dietro di me sento donne che urlano “quanto sei figo“, oppure “è troppo english“. Molti gli emuli dell’abbigliamento dell’inglese, a dire il vero formalmente ridicoli. T-shirt a righe orizzontali, preferibilmente rosse e nere, jeans neri stretti, occhialoni da sole. I classici elementi che incontri ai vari concerti dei Franz Ferdinand, Bloc Party, Blur. Ne avrò contati venti. Della serie: ragazzi, siamo a Milano, non a Londra, riprendetevi. Il problema non è il vestirsi brit, il fatto è vestirsi tutti egualmente brit. Stereotipi. Ma la scena in Italia fa questo effetto. Pazienza.
Primo passo in avanti: Pete si regge in piedi. E ne siamo tutti felici.
Dopo la visione di vari video, notiziari tv e foto scandalo sui tabloid, questo è un piccolo grande miracolo. Certo, il volto è scavato, ma vestito com’è, in completo nero e cappellone, appare quasi accettabile per un pranzo in famiglia. Dicevo prima, la voce c’è, la mano c’è, la testa pure. Il delirio scatta con i classici: “Time for Heroes” e “Fuck forever“, veri capisaldi del suo stile, e canzoni realmente degne di molteplici passaggi radiofonici. La gente si infiamma, lui perde i plettri in continuazione (una serie di cinque, posati sull’asta del microfono, fatta fuori in due canzoni), ride, suona ma non strimplella, ammicca al pubblico ma con contenimento inglese. Non introduce mai i brani, è spesso silenzioso negli intermezzi.
Un Pete che non mi aspettavo.
L’unica volta che cerca interazione col pubblico, andando a salutare l’ala est del locale, inciampa nel cavo del mic facendolo cadere, ma questa volta pare sia stata una semplice, sfortunata, coincidenza. Sono lontani i tempi delle siringhe, del sangue, del rock’n'roll. Questa volta Pete piace anche senza eccessi.
Un sorriso per te, Pete. Bravo.
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“Questa volta la scelta di MySpace per rappresentare la musica italiana è ricaduta sul duo pop Il Genio, famoso ormai per l’irresistibile e sensuale tormentone “Pop-porno” e formato dall’ispirata e intrigante Alessandra Contini e dall’eclettico Gianluca De Rubertis”
Questo dice il comunicato stampa, omettendo alcune imparziali suggestioni. Punto uno: non sono un duo. Premetto di non essere uno che critica spesso le band, anzi, da musicista non di primo pelo, sostengo la musica in ogni sua forma e ammiro chi si sbatte per mettere in note e accordi la propria esistenza.
Non so proprio da dove iniziare.
Forse dal sound, molto curato, ma eccessivamente soporifero. A prescindere dal fatto che “Pop Porno“, possiamo dirlo, ha rotto i coglioni. Bene, provate a sorbirvi quaranta minuti di canzoni identiche, senza accenti nè digressioni, prive di dinamica, di estro, lentamente eseguite da degli antipatici musicisti. Perchè all’umiltà della cantante bassista Alessandra Contini si deve, per forza di cose, aggiungere l’arroganza, forse addirittura ignoranza scenica del tastierista Gianluca De Rubertis. Toglietegli il microfono, vi prego. E’ inconcepibile dire a inizio concerto “facciamo cagare” e intermezzare tutti i brani con “andate a cagare” e “siamo un gruppo di merde“.
E’ veramente troppo.
Siamo d’accordo, il pubblico è lì per Doherty, ma l’educazione nei confronti della gente che ti ascolta è sempre d’obbligo. Il risultato sono una marea di insulti reciproci, provocazioni, irregolarità. Il tutto tra una canzone e l’altra che ricordano Donatella Rettore, ma molto peggio.
E quando viene annunciato l’ultimo pezzo, l’Alcatraz esulta nel primo scrosciante applauso della serata.
