I NOTIMEFOR cantano in inglese, vendono dischi in Giappone e riempiono i club di Parigi. Loro però sono italianissimi, tutti lombardi per la precisione e suonano un genere che potremmo catalogare nel pop-punk melodico. Li incontriamo per un’intervista domenica 8 novembre 2009 in un club di Milano.
«Non ci va di essere etichettati come gruppo pop-punk – precisa subito Popi, il cantante – anche se è il nostro genere di riferimento. Siamo di larghe vedute e le nostre preferenze musicali spaziano dappertutto, io ad esempio se non scopro almeno un gruppo nuovo ogni giorno mi prendo male…»
Cosa vi trascina nel fare musica?
«L’importante è suonare quel che ti piace per puro divertimento personale, noi lo abbiamo sempre fatto, seguendo la nostra naturale inclinazione. Quando l’hardcore melodico è uscito di scena molti hanno smesso o cambiato genere, per noi era ancora vivo e vegeto perciò abbiam continuato. Se c’è cambiamento dev’essere spontaneo come processo che viene dall’interno, come evoluzione e non come esigenza decisa a tavolino».
Il vostro album è finalmente uscito, da quanto ci stavate lavorando?
«Dress Up To Get Down, il nostro primo album, ha avuto un periodo d’incubazione abbastanza lungo, alcuni pezzi come “Time is gone” erano pronti in un cassetto dal 2007, altri sono usciti nel tempo su MySpace, mentre noi fremevamo dalla voglia di vedere il nostro lavoro pubblicato al più presto. Siamo stati in studio tantissimo da settembre a gennaio e finalmente siamo usciti».
In Giappone…
«Si, prima in Giappone, perché l’etichetta giapponese “In Ya Face” ha creduto nella nostra musica fino in fondo e lo ha dimostrato pagando interamente il disco, prodotto da Andrea Fusini. In Giappone la nostra musica piace molto, chissà magari un giorno potremo esibirci anche lì, anche se il nostro tour va già alla grande, siamo sempre in giro da qui a fine anno».
Nella tracklist dell’album c’è una cover di Madonna, Into The Groove.
«Una grossa etichetta internazionale ci aveva chiesto di fare la cover di un brano famoso per accompagnare il lancio del disco che inizialmente doveva essere prodotto da loro, poi il progetto è sfumato, un po’ perché non eravamo convinti di voler tradurre alcuni nostri pezzi in italiano come chiedeva la major. La cover comunque è venuta bene quindi abbiam deciso di lasciarla nel disco.
E’ uscito anche un video di quel pezzo, che è stato girato tra la casa di un nostro amico a Bollate e quella del nostro batterista Fede».
Quindi Federico, la mega piscina che si vede nel video è tua?
«Magari…»
Torniamo alla vostra musica, la scelta di cantare solo in inglese vi ha negato un contratto importante.
«I testi li scriviamo io (Alvin) e Popi in inglese, non escludiamo di scrivere in futuro anche qualcosa in italiano, però tradurre un testo che nasce in inglese vorrebbe dire rimaneggiarne il senso per esigenze di metrica, trovare parole diverse, insomma snaturarlo e non ce la siamo sentita».
Di cosa scrivete?
«Nelle nostre canzoni raccontiamo squarci di vita, presente e passata – ci dice Popi – in “We’re not alone” ho raccontato una paranoia che avevo da piccolo, la paura di morire, ma senza buttarla sul tragico. Ho usato delle metafore, senza nominarla mai, a modo mio. Se non riesci a leggere tra le righe potresti non accorgerti di quel che sto parlando.
Io poi sono un tipo ansioso, prima di partire per un tour chiamo tutti un sacco di volte facendo domande assurde per stemperare la tensione…»
«Mi chiama per dire di ricordarmi la chitarra!» – interviene Marco -
«Già, poi però salgo sul palco e mi accorgo che il pubblico risponde sempre bene e da lì in poi so che mi divertirò come un drago».
Una parte importante della vostra musica sono i live.
«Giriamo l’Italia col Volksvagen Caravelle verde del nostro chitarrista, quest’anno è arrivato l’invito per il Mi Ami Festival, un grande onore perché è un ambiente diverso da quello dove suoniamo di solito, non avevano mai chiamato un gruppo pop-punk. Ci siamo spostati anche oltre i confini nazionali portando in Austria e in Francia i nostri live, a Parigi è stata una delle date più suggestive per il contesto in cui ci trovavamo, su un barcone con dietro Notre Dame».
Ne valeva la pena arrivare fin lì…
«Ne vale sempre la pena, che siano bagni di folla o poche persone, come del resto è capitato, anzi finisce che con quelle poche persone, che non sono mai lì per caso, si crea un rapporto più diretto e si fa festa con loro dopo il concerto. Finchè ci basteranno i soldi per la benzina del van e per una birra noi continueremo a suonare. E quando torniamo a casa ci aspettano le nostre vite parallele (quella di studenti, di graphic design per Popi e di illustrazione per Fede.)»
E la tv?
«Io guardo solo Uomini e Donne – scherza Popi - I talent show che vediamo in Italia come X-Factor e Amici sono semplici programmi televisivi, all’estero invece hanno un peso e sono riusciti a imporre a livello mondiale talenti come Leona Lewis e Kelly Clarkson».
Dopo l’anteprima esclusiva per il Giappone, Dress Up To Get Down è ora disponibile su internet (presso il sito Big Cartel) per il mercato globale, un cd di 10 tracce che include alcuni successi collaudati come “Cut Off The Movie” (che conta quasi 500mila ascolti su MySpace), una versione inedita di “Behind The Scenes”, ma anche la riuscitissima cover di Madonna e probabili hit future come “Parade”.
«Una bella sensazione sapere che il nostro cd arriva fisicamente anche in Spagna, a Stoccolma o in Messico. Se fossi l’uomo più ricco del mondo – confessa Popi – lo regalerei a tutti, la soddisfazione più grande è veder girare la propria musica e farla arrivare ovunque, anche dove noi non siamo ancora arrivati».
La redazione ringrazia il locale Rock’N’Roll di Milano per aver ospitato l’intervista e il set fotografico
Intervista a cura di Luca Zanoncelli e Francesca Avallone
Foto di Emanuele Barboni
