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MUSE: a San Siro si esplorano mondi possibili

Milano, 8 Giugno 2010.

Stupore e meraviglia. Davanti a noi si materializza un’ astronave coperta da una moltitudine di schermi e non siamo alla N.A.S.A. C’è attesa, sono le 19.00 a San Siro e il lancio è previsto per le 21.15. Gli “astronauti” di questo viaggio si stanno preparando, il nome della missione è “The Resistance Tour”.

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Bisogna però effettuare un pre-lancio e nell’abitacolo della nave spaziale arrivano i supporter della causa, i Kasabian. Di loro avevamo già parlato in passato, facendone emergere i virtuosismi nel live. Questi ragazzi li puoi mettere nel baretto sotto casa, alla fiera di Milano, come a San Siro e hai la certezza di assistere a un buon concerto, complice la carica dei loro suoni e l’assenza di maschere e artefatti, sono musicisti veri. Attendiamo fino alla fine “L.S.F.”, ma questa volta l’hanno lasciata a casa ed è giusto così. E’ il pezzo che li ha resi celebri e anche loro vogliono andare avanti, considerato che il resto del loro repertorio merita l’ascolto. Un ultimo Sound check e si parte. Per dove direte voi. Inizia un viaggio e qui lascio cadere la penna dello scrittore, per raccontarvi questo concerto da appassionata di performance live e descrivervi qualcosa che ad oggi hanno solo i Muse: la musica extraterrestre. Questo tipo di musica è resa possibile da un connubio perfettamente fluido di due elementi, musica e impianto scenico. Con o senza astronave i loro concerti ti proiettano nello spazio, fosse anche solo mentale. Sonorità, luci e band raccontano la realtà, da un punto di vista privilegiato, innalzandosi e sollevando anche tutto quello che è accanto a loro. “You can’t come down to Earth, you’re swelling up, you’re unstoppable” (“New Born”). Di fatto il nostro pianeta e quello che vi succede non è fine a se stesso, ma è immerso in uno spazio e in un mistero che ancora non sono stati svelati, ma che ogni animo profondo cerca inconsciamente. La musica dei Muse attiva questi collegamenti spazio-temporali e consente la ricerca di mondi possibili. Già ad Assago nel 2006 ricordo le facce del pubblico, la mia e quella dei miei vicini e vi garantisco che non erano espressioni da realtà. I loro dischi, che contengono testi riflessivi, paradossalmente non andrebbero ascoltati sempre con concentrazione, ma con un semplice abbandono al suono.

Sul palco approda un gruppo sostenuto di persone che trasportano bandiere e un messaggio molto chiaro, contenuto anche nel testo di “Uprising”, il primo brano in scaletta: non permettiamo che le nostre menti siano controllate e la verità tenuta lontana. Comincia la resistenza e con “Uprising” i Muse raccontano in musica la missione di questo viaggio, relativamente al tema del potere e dei potenti, di coloro che cercano di controllarci e portarci al degrado. Una sfida lanciata al pubblico e che, con queste parole, si spera possa perpetuarsi anche dopo il concerto di San Siro.“They will not force us, they will stop degrading us, they will not control us, we will be victorious” (non ci costringeranno, finiranno di degradarci, non avranno più controllo su di noi, ne usciremo vittoriosi). Il tutto accompagnato da una ritmica divina con tanto di claps repentini.

Tutto è pronto per l’immersione in questa nuova dimesione, fatta di rinascite e consapevolezza. È il momento di liberarsi di tutto per lasciarsi trasportare completamente con “Supermassive black hole”. Questo brano, quando è uscito, ha segnato una nuova era per i Muse, fatta di successi e crescite, nelle vendite e negli show. La gente si è gradualmente distaccata dal link ormai obsoleto “Muse – Time is running out”, per assaporarne, conoscerne e condividerne le nuove gesta. Era il 2006 e l’opera completa portava il nome di “Black holes and revelations”, un album che anche in questo tour è stato protagonista nella scaletta.

New born” tradotta in parole è una meteora pronta ad esplodere. Infatti, dopo una crescita resa possibile dal suono di una pianoforte e da note altissime e sofferte, arriva la rivalsa del rock più vero, con giri impazziti di chitarre ruvide e “incazzate”. I contrasti della vita, sono quindi affrontati grazie a strumentazioni contrapposte, utilizzate nell’arco della stessa canzone e che potrebbero convincere anche un animo imploso a rinascere. Nel frattempo il palco è incandescente, gli artisti brillano di luce propria (oltre che nei costumi), la nave è completamente illuminata e ai bordi si sviluppano a collage video e visuals, oltre che gli artisti in presa diretta, il tutto “effettato”. Queste sono installazioni d’autore. È ora la volta di un pezzo tratto appunto da “Black holes and revelations”, intitolato “Map of the Problematique”. Psichedelico e molto in stile Depeche Mode, con una lirica concentrata sul tema della solitudine. Bellamy e compari, si fanno ora pionieri del romanticismo più autentico, con “Neutron Star Collision”e “Guiding Light”, quest’ultimo brano tratto da “The Resistance”, è una sorta di apoteosi dei significati più puri dell’amore. Bellamy canta riguardo all’esistenza di una luce guida fatta a persona, quella che amiamo, in assenza della quale ci sentiamo persi e confusi.

E proprio perchè la poetica dei Muse è fatta di contrasti sonori, ecco arrivare una nuova ondata di chitarre aggressive con ”Histeria”. Si prosegue con “Nisch” e poi sul palco sale anche un pianoforte a coda, come in ogni concerto dei Muse che si rispetti, per deliziare il pubblico con uno dei pezzi più originali dell’ultimo album: “United States of Eurasia”. Qui la musica classica e la lirica si fondono con le melodie orientali e il rock. I Muse sono maestri nell’intrecciare generi diversi e nel renderli qualcosa di nuovo. I cori contenuti nel brano riportano la mente ai Queen.

Tornano i bei versi sull’amore con “I belong to you”, una dichiarazione d’amore molto poetica. Si parla di un uomo che dopo aver viaggiato per tutto il mondo, ha capito che lei è la sua musa e lui le appartiene.

La sensazione che ci fossero delle sorprese in serbo era nell’aria e infatti Wolstenholme (bassista) e Howard (batterista) si portano avanti sul punto più esterno del palco, che come per magia si stacca fino ad elevarsi. Questo è solo un primo assaggio per caricare il pubblico e deliziarlo con una “Drum and Bass Jam” dei due musicisti. Da lì a poco ritornerà sul palco Matt Bellamy completamente ricoperto di lucine (occhiali compresi) e raggiungerà i colleghi per il gran colpo di grazia: “Undisclosed Desires”, “Resistance” e “Starlight” in sequenza. Il palchetto si alza in volo, gira su stesso con il trio al completo e si comincia dalla prima delle tre, la cui particolarità risiede nella sequenza ritmica a sospensione. San Siro già in fervore esplode definitivamente con “Resistance”, si innalzano cori intonati che avvolgono la voce del bel Bellamy. Il momento credo più commuovente del concerto arriva con “Starlight” con l’apice su “Our hopes and expectations Black holes and revelations“.

Annunciato dal trio, sul palco li raggiunge Nic Cester dei Jet, che si esibisce con “Back in black” degli AC/DC, dando sfoggio delle proprie doti di screamer.

Con atmosfera solenne si espande a macchia “Time is running out”, che li ha resi celebri ai più e che possiamo tranquillamente eleggere a tributo di questa storia fantastica che i Muse stanno scrivendo per il pianeta delle sette note.

Torna il tema della ricerca della verità, al centro di questo album, con un’ accesa “Unnatural selection”. Dopo “Unintended” è il momento del secondo colpo di scena, i Muse si dirigono verso il backstage e al loro posto compare in prossimità della tribuna blu un ampio disco volante con un trapezzista che penzola e si lancia in una danza, accompagnato a suon di voce e strumenti dai tre astronauti (Muse). Sembra avvicinarsi il termine di questo viaggio sulle note di “Stockholm Syndrome”.

I Muse hanno però in serbo il gran finale con pezzi cardine quali “Take a bow”, “Plug in baby” e “Knight of Cydonia”.

Torniamo sulla Terra, ma siamo stati liberati. E ora cerchiamo questa verità, così che la musica abbia avuto il ruolo decisivo che le spetta da secoli nella società, tra conoscenza, consapevolezza e liberazione.

E’ cominciata la resistenza.

Articolo a cura di Francesca Avallone

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