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Con gli Hurts riecheggia il synth pop

hurts Con gli Hurts riecheggia il synth pop Con uno sguardo al panorama internazionale è proprio il caso di parlare degli Hurts, duo britannico formatosi a Manchester, che può contare sulla voce autorevole di Theo Hutchcraft e sul sintetizzatore eccitato di Adam Anderson. “Happiness” (2010), è il loro album d’esordio che non ha paura di farsi ascoltare dalla prima all’ultima traccia.

Il loro mondo di riferimento è il synth pop, ma la proposta degli Hurts è inesorabilmente melodica, certo immersa in un’ambientazione sonora ricercata. Gli Hurts sono molto sinth e molto pop.

Ascoltandoli è forte la tentazione di associarli ai grandi del sinth, Depeche Mode, Duran Duran e Pet Shop Boys che quel genere lo hanno fatto crescere negli anni ottanta, seppur con prerogative diverse. Gli Hurts non hanno inventato nulla e questo è certo, ma le carte per essere degni eredi dei grandi le avrebbero anche. Con abile maestria fondono ed effettano i suoni, come nella miglior tradizione elettronica. I testi sono orecchiabili e poggiano su synth che si aprono all’unisono nei ritornelli trionfali. Protagonisti indiscussi, riverbero, eco, pianoforte e claps.

Superate le audizioni con il primo disco arriva la tanto citata prova del nove della musica. Il live. È il 26 ottobre e la scena si apre all’Alcatraz di Milano. Al duo si aggiungono un quartetto d’archi, un batterista, un chitarrista/bassista e un tastierista/polistrumentista. Tutti i musicisti sono in ombra nell’intro e si fanno strada ai lati del palco due ballerine coperte da un mantello nero con una maschera della morte sul viso. Entrano Theo e Adam con abiti neri ed eleganti e acconciature scolpite. Sembra l’inizio di un rito. Un’esibizione quella degli Hurts intrisa di contrapposizioni scenografiche, sonore e liriche tra luce e oscurità, tra sacro e profano. Eclatante il guanto nero del cantante che per tutta la durata del concerto porge al pubblico più che lanciare, rose bianche. Il bianco e il nero.

L’amore è il tema caldo nei testi degli Hurts. Il momento dell’addio, la consapevolezza dei rapporti dopo la perdita, la solitudine, lo scorrere del tempo e la speranza di un ritorno, questi aspetti sono costanti.

Si comincia. Un sinth effetto “orologio a cucù” fa da fondamenta all’intensità del primo brano, “Silver Lining”. Un crescendo verso un ritornello esploso. Cori perentori che ripetono la parola “Silver” nel finale, quasi a volerla scolpire nelle menti degli spettatori. “Wonderful life“, singolo con cui debuttano nel 2009. Anche qui i suoni evocano lo scorrere del tempo, il ticchettio lineare di un orologio, in perfetta contrapposizione con le liriche spezzate del ritornello. Antitesi con “Happiness” sul tema della ricerca della felicità. Il testo inizia con un interrogativo “Are you looking for happiness?, nel ritornello arriva un inciso “I don’t want your happiness”, ma il finale si conclude con un impeto di speranza “I hope you find happiness”.

Siamo ancora all’inizio del concerto, ma già con il brano “Blood, Tears & Gold” si tocca un picco, con una partecipazione totale del pubblico per passare un attimo dopo all’intimità di “Evelyn”. L’assolo di batteria è il lancio di un magico ritorno al passato. Meta anni ottanta. Il duo britannico con “Sunday” consacra la vitalità di quegli anni, più che emularla. La band fa rivivere atmosfere e suoni, con un’interpretazione molto consapevole e per questo credibile.

Elementi orchestrali elevano lo show. Assolo del quartetto d’archi e sulle note di “Gloomy Sunday” escono le ballerine e danzano con dei nastri rossi. “Verona“, una ninna nanna colta e dolcissima, che Theo interpreta con grande pathos. E ancora “Mother Nature”, un ritorno alle origini e alla musica classica. “Unspoken” un’ascesa che racconta la delicata fase in cui bisogna dimenticare qualcuno e tutti i non detti che affollano la mente. Sul finale questo brano riserva una bellissima strumentale di archi che rilanciano l’inciso “Leave it unspoken”. “Devotion”  featuring Kylie Minogue nell’album,  è una marcia introspettiva, dove la devozione è l’ancora di salvezza nei momenti di perdizione.

Inizialmente gli Hurts possono sembrare due figure patinate e imperturbabili, ma è un fatto puramente estetico. Durante il live si abbandonano completamente e  sembrano appartenere al loro pubblico. Le distanze vengono annullate, Theo e Adam si emozionano per e con gli spettatori. Il loro show è dinamico a livello emotivo in una dimensione intensa da vivere tutti insieme. Complice il loro sound fortemente evocativo, forse più d’effetto rispetto ai testi stessi.

Forse l’unico momento del concerto dai toni più spenti è questo, ma col senno di poi si tratta semplicemente di un momento di quiete prima del gran finale. “The water” in versione strumentale fa da intro alla cover del brano di Kylie Minogue, “Confide in me” e poi “Affair”.

E arriviamo a una delle best track dell’album,  “Illuninated” il cui sviluppo può portare alla commozione. Proietta nella mente l’immagine di un’amore talmente intenso e luminoso da acceccare.

Finale in ascesa. Arriva la tanto attesa “Stay” Questo brano assume le sembianze di una splendida preghiera, che qualunque persona abbia perso il grande amore vorrebbe dedicare per tentare la riconquista e il lieto fine. I cori presenti nel ritornello e nel finale sono un richiamo fortissimo, una dichiarazione inesorabile. Theo conferma qui le sue indiscutibili doti vocali, protagoniste pur sviluppandosi su una voce pre-registrata. Se così non fosse non avremmo l’effetto di genere, dove la voce è a sua volta un suono che si fonde con gli altri suoni del sinth e degli strumenti. Di conseguenza quell’aiutino vocale che nessuno ha la pretesa di nascondere al pubblico non è un fattore di delusione, piuttosto e lo comprendiamo, un’esigenza artistica.

Intro di pianoforte e comincia “The Water“. “I wish that I was stronger, I’d separate the waves, Not just let the water take me away” (Vorrei essere più forte, separerei le onde, non lascerei che l’acqua mi porti via). Questo pezzo è una vera sorpresa. Ascoltandolo senza pensare al testo ci si immagina l’acqua come fonte di di vita. E invece l’acqua in questo brano è associata alla tortura, perchè può portare sotto la superficie, può far arenare. Ancora una volta il doppio aspetto delle cose nella poetica degli Hurts.

Il finale è tutto danzante con “Better than love”, il singolo che li ha resi celebri anche qui in Italia.

Un duo britannico che non ha inventato niente, ma attingendo dal passato e dalla propria visione del mondo, è capace di toccare tutta la gradazione delle nostre emozioni, anche quelle nascoste. L’antitesi e il dualismo che loro portano in scena non sono altro che l’essenza della vita stessa. Vi sembra poco?

 

Articolo di Francesca Avallone

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